intelligenza artificiale, cloud e risorse del pianeta


Chi cammina in montagna sa che ogni passo lascia un’impronta. Anche ogni clic ne lascia una: solo che non la vediamo.

La nuvola ha i piedi per terra

Il “cloud” non è una nuvola: sono capannoni pieni di computer, i data center, che consumano corrente e vanno raffreddati giorno e notte. Ogni foto del trekking salvata online, ogni video, ogni domanda a un’intelligenza artificiale accende da qualche parte un server.

L’AI ha cambiato la scala. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), nel 2024 i data center del mondo consumavano circa 415 TWh, l’1,5% dell’elettricità globale. Nel 2030 arriveranno a circa 950 TWh: più di quanto consuma oggi l’intero Giappone. Un solo data center per l’AI consuma quanto 100.000 famiglie.

Va detto con onestà: al 2030 resteranno intorno al 3% dei consumi elettrici mondiali. Il problema non è la quota, ma la velocità della crescita e la sua concentrazione in pochi territori.

Acqua, suolo, minerali: l’impronta che non si vede

L’energia è solo una parte del conto. I server si raffreddano spesso con acqua che evapora, e altra acqua serve alle centrali che producono la loro elettricità. L’ONU stima per i data center 9.300 miliardi di litri l’anno entro il 2030: il fabbisogno domestico minimo di 1,3 miliardi di persone.

Poi c’è il suolo. Data center e impianti che li alimentano occuperanno oltre 14.500 km² entro il 2030: quasi quanto l’intera Calabria, dal Pollino all’Aspromonte.

Infine i materiali. Chip e server richiedono rame, terre rare e altri minerali, estratti spesso in Paesi che dell’AI vedono solo i costi. E invecchiano in fretta: nel 2022 il mondo ha prodotto 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici e solo uno su cinque è stato riciclato in modo documentato.

Il paradosso dell’efficienza

Una singola domanda di testo all’AI consuma poco: secondo Google, quanto nove secondi di televisione e cinque gocce d’acqua. Un’immagine generata però consuma molte volte tanto, un video ancora di più. E le richieste sono miliardi ogni giorno.

Soprattutto, le macchine diventano ogni anno più efficienti, eppure i consumi totali salgono. Lo aveva notato già nel 1865 l’economista William Stanley Jevons: le macchine a vapore più efficienti non ridussero il consumo di carbone, lo moltiplicarono, perché usarlo conveniva di più.

Con l’AI succede lo stesso. Google dichiara di aver ridotto di 33 volte in un anno l’energia per singola richiesta, ma nello stesso periodo la sua domanda di elettricità è cresciuta del 37%. Microsoft ha visto salire le emissioni del 25% nel 2025 e ammette che le soluzioni sostenibili non crescono abbastanza in fretta.

È come alleggerire ogni oggetto dello zaino e poi riempirlo il doppio: in salita il peso si sente lo stesso.

E in Italia?

A ottobre 2026 Terna, che gestisce la rete elettrica nazionale, contava oltre 100 GW di richieste di allaccio per nuovi data center: 1,7 volte il picco di consumo dell’Italia intera. Molte sono speculative, e Terna stima che entro il 2030 ne diventeranno realtà solo 1,5-2 GW, soprattutto al Nord. Ma anche per chi vive e cammina in Calabria la domanda è concreta: dove si produrrà l’energia rinnovabile per alimentarli, e quanto suolo e paesaggio occuperà?

Si può crescere all’infinito senza consumare il pianeta?

Una crescita esponenziale dei consumi fisici non è compatibile con risorse finite: è aritmetica. Nel 2025 i consumi dei data center sono cresciuti del 17%. A quel ritmo raddoppierebbero ogni quattro anni e mezzo, e in 44 anni sarebbero mille volte quelli di oggi.

La domanda vera è se l’economia possa crescere mentre il consumo di risorse si ferma. Gli ottimisti ricordano che in molti Paesi, compresi quelli dell’Unione Europea, il PIL cresce già mentre le emissioni di CO₂ calano. I critici, come l’Agenzia Europea dell’Ambiente, rispondono che un disaccoppiamento duraturo su scala globale è improbabile, e che acqua, suolo e minerali seguono logiche proprie.

La mia lettura è questa: la lenta devastazione non è un destino, ma non si evita da sola. Serve smettere di confondere la crescita del valore con la crescita dei consumi. Servono trasparenza sui dati, regole su dove e come costruire, hardware fatto per durare. Il mercato lasciato a sé premia chi cresce più in fretta, non chi cresce meglio.

Cosa possiamo fare noi

Chi va in montagna conosce la regola del “non lasciare traccia”. Vale anche nel digitale:

· Usare l’AI quando serve davvero, con richieste brevi e chiare, e andarci piano con immagini e video generati per gioco.

· Far durare i dispositivi: riparare invece di sostituire e, a fine vita, portarli all’isola ecologica come RAEE.

· Fare ordine nel cloud: foto doppie e video dimenticati occupano server accesi giorno e notte.

· Chiedere trasparenza e partecipare: quando si progetta un grande impianto sul territorio, le comunità hanno diritto di sapere cosa comporta per acqua, suolo e paesaggio.

L’intelligenza artificiale può essere uno strumento prezioso, anche per chi studia e protegge l’ambiente. Ma nessuno strumento è neutro.

Come in un’escursione, la domanda giusta non è solo “fin dove possiamo arrivare”, ma “con quali risorse e cosa lasciamo dietro di noi”.

Paolo Latella – Presidente FIE Calabria

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