Passione, tempo e sostenibilità
Un contributo alla riflessione collettiva di FIE Calabria
Negli ultimi anni, dentro e fuori la nostra federazione, torna con insistenza una domanda che merita di essere affrontata apertamente, senza reticenze: è ancora sostenibile un modello associativo fondato interamente sulla gratuità dell’impegno? Molti Accompagnatori di Escursionismo, dopo corsi lunghi ed esigenti, si trovano a gestire uscite, comunicazione, sicurezza e organizzazione a titolo completamente gratuito e iniziano a chiedersi se sia giusto, o anche solo possibile, continuare così.
È una domanda scomoda ma legittima. Proviamo a guardarla con lucidità.
Il dono non è un servizio mancato
Il primo equivoco da sciogliere è questo: il fatto che un’attività non sia retribuita non significa che sia un servizio “di serie B” o un lavoro che qualcuno dovrebbe pagare e non paga. È un’altra cosa, con una sua logica propria.
Quando un’attività viene svolta per dono, per scelta, per appartenenza, per cura verso gli altri soci, cambia natura rispetto a una prestazione di mercato. Non è un compromesso al ribasso: è un tipo di relazione diverso, che genera fiducia, comunità, reciprocità. Nel momento in cui si introduce una retribuzione, quella relazione si trasforma: da gesto di appartenenza diventa prestazione professionale, con aspettative, obblighi e criteri di qualità completamente diversi. Non è un caso che il nostro statuto, come quello di ogni Associazione di Promozione Sociale, vieti la remunerazione dell’attività sociale: non è un cavillo burocratico, è la condizione stessa che rende l’associazione “altro” rispetto al mercato dei servizi turistici ed escursionistici.
Se un Accompagnatore venisse pagato come una guida professionale, l’associazione smetterebbe di essere un ente del Terzo Settore per diventare, di fatto, un’impresa, con conseguenze rilevanti: perdita delle agevolazioni fiscali, concorrenza sleale verso le Guide Ambientali Escursionistiche (che quella professione la esercitano per vivere, con tutt’altro impianto di responsabilità e formazione), snaturamento della missione stessa dell’associazione.
Perché però la richiesta cresce, ed è comprensibile
Detto questo, sarebbe disonesto liquidare il disagio dei nostri soci come una perdita di “vero spirito associativo”. Ci sono ragioni concrete, storiche e sociali, che spiegano perché oggi questa tensione si fa più acuta rispetto a vent’anni fa:
Il tempo libero è diventato una risorsa scarsa. La flessibilità del lavoro contemporaneo, i doppi impieghi, la reperibilità permanente hanno eroso il tempo discrezionale che un tempo si poteva dedicare senza troppi pensieri a un’attività associativa. Organizzare un’uscita, fare un sopralluogo, gestire le iscrizioni: sono ore che oggi pesano di più nell’economia personale di ciascuno.
Gli standard richiesti sono saliti. I percorsi AE, AEN, sono diventati tecnici, lunghi, impegnativi, un vero investimento di tempo e denaro personale. Più cresce la competenza richiesta, più cresce, comprensibilmente, l’aspettativa di un riconoscimento che non sia solo simbolico.
Il confronto con le professioni regolamentate genera un senso di ingiustizia. Un Accompagnatore che affianca sullo stesso sentiero una Guida Ambientale Escursionistica pagata, vede con i propri occhi la distanza economica tra le due figure. La distinzione giuridica è chiara e necessaria, ma sul terreno, quella distanza si sente e genera frustrazione anche quando la separazione dei ruoli è corretta e va tutelata.
I costi vivi spesso non sono coperti. Carburante, usura dell’attrezzatura, tempo dei sopralluoghi non rimborsati: qui il problema, spesso, non è “voglio essere pagato” ma “ci sto rimettendo di tasca mia”, ed è una questione diversa, che le nostre associazioni possono e devono affrontare senza toccare il principio della gratuità.
Un rischio da conoscere: pagare non sempre motiva di più
C’è un fenomeno controintuitivo che vale la pena conoscere prima di cercare scorciatoie: introdurre piccoli compensi in un’attività finora basata su motivazione di valori non necessariamente rafforza l’impegno, spesso lo indebolisce. Cambia il quadro mentale: da “lo faccio perché ci credo” a “lo faccio se mi conviene”. Molte realtà associative che hanno provato a introdurre piccoli gettoni economici hanno visto, paradossalmente, peggiorare la qualità e la continuità dell’impegno: chi resta lo fa per il gettone, chi se ne va perdeva il significato identitario che lo teneva legato.
Questo non significa che la soluzione sia “non fare nulla”. Significa che la soluzione giusta non è cercare di somigliare a un rapporto di lavoro, ma lavorare su altre leve, spesso più efficaci.
Cosa tiene davvero in piedi il volontariato
Chi studia le motivazioni al volontariato individua diverse leve, distinte da quella economica, che sono spesso più forti e più durature:
· Coerenza con i propri valori: camminare, accompagnare, far scoprire il territorio come pratica di cura verso gli altri e verso l’ambiente.
· Crescita personale: i percorsi formativi vissuti non come “costo da recuperare” ma come percorso di competenza e identità.
· Legame di comunità: l’appartenenza a un gruppo di persone che condividono la stessa passione è, nell’escursionismo, spesso la leva più potente di tutte.
· Riconoscimento: essere visti, valorizzati, coinvolti in ruoli di responsabilità — un comitato che valorizza pubblicamente i propri Accompagnatori fa per la loro permanenza più di quanto potrebbe fare un piccolo compenso.
· Reciprocità nel tempo: chi ha beneficiato di un corso o di un’esperienza tende spontaneamente a restituire tempo e impegno, se il sistema associativo rende quella restituzione visibile e apprezzata.
Alcune strade percorribili, senza tradire lo statuto
Senza pretesa di esaustività, alcune direzioni su cui come federazione (e associazioni) possiamo lavorare concretamente:
· Rimborso spese pieno e reale, distinto con chiarezza, giuridicamente e culturalmente, dal compenso: chi si impegna non deve rimetterci di tasca propria.
· Alleggerimento del carico organizzativo: se il problema è il tempo, la risposta non è pagare ma redistribuire, turnazione dei ruoli, digitalizzazione della logistica, condivisione dei compiti tra più soci.
· Percorsi di crescita e visibilità per chi si impegna di più: rappresentanza, formazione dei formatori, ruoli di responsabilità come forma di riconoscimento tangibile.
· Distinzione chiara e comunicata tra l’attività sociale gratuita (le uscite associative) ed eventuali collaborazioni esterne, convenzioni con enti pubblici, progetti a bando, dove chi ha i titoli può operare in altra veste, non come volontario, senza che questo confonda i due piani.
Una domanda aperta, non una conclusione
Non esiste una soluzione facile a questa tensione, perché non è un problema tecnico: è un problema di senso. Chiediamo ai nostri soci di continuare a scegliere, ogni volta, di dare tempo e competenza per qualcosa in cui credono. Il compito di un comitato regionale non è eliminare questa tensione, è impossibile e forse nemmeno auspicabile, ma renderla sostenibile, riconoscendo con onestà la fatica di chi si impegna e costruendo le condizioni perché quell’impegno continui ad avere senso.
Vi invito a proseguire questa riflessione insieme, nei prossimi incontri e sui nostri canali associativi.
